Trondoli Group srl azienda di confezionamento sita a Rovigo è sempre aggiornata per quanto riguarda la qualità e la sostenibilità dei tessuti che produce per conto terzi.

L’industria del tessile e dell’abbigliamento ha un ruolo cruciale a livello ambientale perché, oltre a essere uno dei principali consumatori di acqua a livello globale, incide per circa un decimo sul totale delle emissioni di gas serra presenti nell’atmosfera.

Per questo è diventato fondamentale sensibilizzare sull’importanza di scegliere fibre e tessuti ecologici in grado di ridurre l’impatto dell’intero ciclo produttivo di un capo d’abbigliamento.

Una delle classificazioni più utilizzate suddivide i tessuti in naturali, ovvero derivati da fibre organiche o di origine animale, e “man made”, cioè prodotti artificialmente dall’industria chimica. Alla prima classe appartengono il cotone, il lino, la canapa tessile, la lana, la seta e il caucciù o gomma naturale, mentre nella seconda convergono tutti i tessuti sintetici come il nylon e il poliestere, ottenuti da materiali fossili, e il rayon e l’acetato, realizzati partendo dalla cellulosa degli alberi. In termini di sostenibilità, questa categorizzazione non può considerarsi valida perché l’origine non decreta necessariamente l’impatto ambientale del materiale: a rendere i tessuti ecologici è il processo produttivo a cui viene sottoposta la fibra.

Tessuti non rinnovabili

Questa categoria comprende tutte le fibre sintetiche che, a partire dagli anni Novanta, sono anche le materie prime più utilizzate nell’industria dell’abbigliamento superando di gran lunga quelle naturali come il cotone e il lino.

Tra queste si trova il nylon, utilizzato principalmente nella calzetteria e nell’intimo femminile grazie alla sua elasticità, il poliestere, l’acrilico e l’elastan, meglio conosciuto con il nome di lycra.

A causa della loro composizione i tessuti sintetici hanno un bassissimo tasso di biodegradabilità. Tuttavia, il maggiore impatto ambientale di questi materiali è causato dalla derivazione da risorse sempre meno reperibili in natura e, soprattutto, dal processo produttivo con consumi energetici esorbitanti, emissioni di CO2 elevate e un alto rischio di disperdere sostanze chimiche pericolose durante la lavorazione.

Tessuti naturali

Cotone, lino, juta, canapa, agave, kapok, ramié, cocco, ananas, ginestra, lana e seta rientrano nella cerchia dei tessuti derivati da fonti rinnovabili e, tra questi, anche l’acetato, il triacetato e la viscosa che vengono prodotti artificialmente partendo dalla cellulosa degli alberi o dagli scarti di altre filiere produttive.

Nonostante la loro origine naturale questi materiali trovano un limite nella capacità biologica di terre da coltivare e nell’insufficiente disponibilità di bestiame. Per sopperire alla scarsa disponibilità di materie prime, infatti, si è spesso assistito ad allevamenti intensivi, torture sugli animali, deforestazione e modalità di coltivazione che prevedono l’utilizzo di sostanze inquinanti per l’aria, per l’acqua, per il suolo e per la fibra stessa su cui si depositano.

Ecco perché sono nate alcune certificazioni come Gots per il cotone organico e NewMerino per la lana etica che garantiscono la sostenibilità etica e ambientale del tessuto controllando l’intero processo produttivo, dalla coltivazione della fibra alla lavorazione e nobilitazione del filato.

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